
Nella sua autobiografia si è definito "il corsaro della Repubblica".
Ennesimo modo per non chiamarsi con il suo vero nome, fardello da sempre
impegnativo per chi faceva un mestiere come il suo. Tutti lo conoscevano
come Bob Denard. Mercenario, soldato di ventura, ideatore di svariati
colpi di Stato in Africa, anzi nella Françafrique, la parte di mondo che
Parigi governava attraverso gente come lui. Mai ufficialmente in azione,
mai ufficialmente in nome della Francia, mai ufficialmente investiti di
gradi e missioni. Spesso aiutati, spesso scaricati. Oggi Bob Denard è
ufficialmente morto. Con lui sono morti tutti i nomi con cui era
conosciuto in diverse parti del mondo dalla Rhodesia all'Angola al Bénin
allo Yemen: Bourgeaud, Maurin, Mahdjou, Thomas, Bako. Morto anche il nome
di battaglia: chien de guerre, cane da guerra. E morto il suo nome da
musulmano convertito: Said Mustafa Mahdjoub.
"Confermo che è morto", si è limitata a dire la sorella Georgette senza
specificare né il luogo né il giorno del decesso. Denard aveva 79 anni e
da tempo soffriva di Alzheimer, era stato di recente processato e
condannato a quattro anni di reclusione di cui tre con la condizionale per
"associazione a delinquere con l'obiettivo della preparazione di un
crimine".
Un crimine tra i tanti, uno dei lavori sporchi finito male, la sua
ultima impresa: il sequestro di Said Mohamend Djohar, presidente dell'ex
repubblica federale islamica delle Comore, il piccolo arcipelago
nell'Oceano Indiano fra le coste del Mozambico e il Madagascar. Era
l'ottobre del 1995: Denard con meno di trenta uomini tentava l'ultimo
golpe. Su commissione dei servizi francesi, diceva lui. Da solo e con
un'organizzazione criminale, dissero i giudici pur ammettendo che "era
evidente che i servizi segreti erano a conoscenza del progetto di colpo di
stato e dei preparativi in corso". Ma lo scopo sarebbe stato creare "alle
isole Comore una zona franca e un sistema bancario offshore". Una vicenda
da American Tabloid con l'Africa anziché Cuba sullo sfondo.
Scaricato, usato oppure cane da guerra ormai cane sciolto. Non esiste
un'unica versione per chi viveva come Denard, non c'è certezza della
verità. Ex sottufficiale dell'esercito, aveva preso parte ad altri golpe
nelle isole Comore, Yemen del Nord, Angola, Cabinda, Rhodesia, Benin. Ma
le Comore gli segnarono il destino.
Nel 1989 era comandante della guardia presidenziale del presidente Ahmed
Abdallah, predecessore di Mohamed Djohar. Il presidente Abdallah era stato
ucciso nel novembre dello stesso anno, nel palazzo presidenziale, in
presenza di Bob Denard. Al processo per omicidio, l'ex mercenario era
stato assolto con il beneficio del dubbio. Per questo, ha sempre
sostenuto, era tornato laggiù: per pagare il suo debito d'onore, oltre che
per ordine segreto della Francia.
Anche in Italia Denard è conosciuto. Nel 2001, Guido Papalia, procuratore
della Repubblica di Verona, lo accusò di reclutare mercenari negli
ambienti dell'estrema destra in una dei suoi progetti che avevano a che
fare ancora con le Comore.
Ma tutta la vita fu un rincorrersi di azioni, omicidi, gloria, vendetta,
cadute e condanne. Come quella del 1993 per il golpe in Benin. E a ritroso
lo troviamo appoggiare, con alterne fortune, ribelli o monarchici in
Nigeria, Angola, Zaire, fino a tornare agli anni Sessanta quando nella sua
prima vera azione in grande appoggiò i ribelli del Katanga, nell'allora
Congo belga.
E ancora indietro fino alla gavetta nell'esercito
regolare in Indocina e prima ancora l'infanzia da figlio di un ufficiale
anticomunista. Fino alla nascita, al suo nome di battesimo, così poco
usato da finire dimenticato. Un altro dei nomi morti con lui, Gilbert
Bourgeaud.
(La repubblica
14 ottobre 2007)
Blackwater, far west della guerra privata
Fallujah, 31 marzo 2004. Due jeep, una rossa e una
nera, avanzano nella via principale della città irachena. A bordo quattro
americani armati, «occhiali neri che nascondono il volto e taglio di
capelli alla Tom Cruise». La strada è meno animata del solito, ma le auto
sono costrette comunque a rallentare e poi a fermarsi. È in quel momento
che una granata colpisce la jeep posteriore, immediatamente seguita da una
grandinata di proiettili che ne penetrano la carrozzeria «come il sale
farebbe con il ghiaccio». I due occupanti, grondanti di sangue vengono
estratti dall'auto da una folla inferocita. Intanto, anche l'altra jeep è
bloccata e presa d'assalto. Ben presto i resti carbonizzati e mutilati dei
quattro americani erano visibili anche da lontano, appesi a un ponte
sull'Eufrate, dove rimasero parecchie ore.
«Blackwater. The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army», inizia
con il racconto quasi cinematografico di un celebre episodio della guerra
in Iraq, il massacro di quattro contractors assegnati alla scorta di un
convoglio. Secondo l'autore del libro, Jeremy Scahill, si tratta di un
episodio chiave del conflitto. Non solo la crescente ostilità degli
iracheni all'occupazione - che Washington aveva sempre minimizzato - fu
cruentamente esposta davanti agli occhi di tutto il mondo. Non solo da
quell'episodio derivarono disastrose decisioni militari come l'assedio di
Fallujah, che alimentò ancora di più tale ostilità. Il 31 marzo 2004 fu
anche la prima volta in cui, sulle pagine dei giornali, il nome di
Blackwater apparve in relazione alla guerra, e con esso la presenza di
«servizi di sicurezza privata» sul campo. Da quel giorno, il ruolo in Iraq
della maggior compagnia di mercenari Usa sarebbe diventato ancora più
importante.
Al centro di uno scandalo che si trascina ormai da settimane, Blackwater è
il soggetto dell'affascinante e inquietante libro di Scahill, giornalista
investigativo e collaboratore di The Nation. Una storia che, oltre che in
Iraq, ci porta in Salvador, Cile (dove reclutano tra gli ex del regime
Pinochet), Sudan, sulle rive del Caspio, in Azerbaijan (a supervisionare
l'oleodotto), e a New Orleans, tra le rovine di Katrina (dove Blackwater
ha totalizzato 70 milioni di dollari in contratti); una storia popolata di
revenants delle guerre centroamericane dei contras, di lobbisti
washingtoniani, cristiani evangelici, di ex Navy Seals dell'esercito Usa,
di «ex» da forze speciali polacche, filippine, peruviane e un po' da tutto
il mondo. È la storia da Far West della privatizzazione della guerra (un
disegno di Dick Cheney, fin dai tempi in cui era ministro della difesa di
Bush padre, quando commissionò alla Halliburton - che poi avrebbe diretto
lui stesso - uno studio sul tema) e da cui non sono esenti le
presidenziali del 2008, visto che il numero 2 di Blackwater, Coffer Black,
è il consigliere per l'antiterrorismo del candidato repubblicano Mitt
Romney.
Ma tutto inizia a Holland, in Michigan, sulla sponda del lago Matacawa,
dove nel 1847,venne a stanziarsi una setta di rimformisti olandesi di
matrice calvinista. È nel cuore di quella comunità in cui politica e
religione sono sempre andate a braccetto che fece la sua fortuna la
famiglia del fondatore e attuale proprietario di Balckwater, Erik Prince.
Lasciatosi alle spalle la carriera militare, alla fine degli anni '60, suo
padre Edgar fondò una compagnia che produceva accessori per automobili che
lo rese rapidamente ricchissimo. Parecchio del denaro di Edgar Prince finì
nelle casse delle maggiori organizzazioni della destra religiosa, come
Focus on the Family, del reverendo James Dobson, e il Family Research
Council, che Prince Sr., con i suoi capitali, contribuì a fondare, nel
1988, insieme a Gary Bauer.
Capitalismo, politica e fervore religioso sono componenti altrettanto
distintive della biografia di Erik Prince. Il secondogenito di Edgar è
infatti un abituale finanziatore di lobby di cristiani evangelici e di
estremisti cattolici (lui è cattolico). Tra le sua cause favorite la
promozione attiva dell'alleanza tra cattolici, evangelici e
neoconservatori che è alla base del movimento teocon. Erik è stato anche
stagista per Bush Sr. e, dopo averlo giudicato troppo moderato, ha
lavorato alla campagna presidenziale di Patrick Buchanan nel 1992. Oliver
North, Tom De Lay, Jesse Helms e Rick Santorum - esponenti della destra
più estrema del partito repubblicano - hanno beneficiato della sua
generosità economica.
Nel contesto del Dna di famiglia, per Prince Jr. (arruolatosi tra I Navy
Seals nel 1992) la guerra assume però un'importanza tutta nuova. Alla
morte di suo padre, infatti, usando I capitali derivati dalla vendita del
business di accessori per auto Erik Prince fondò Blackwater Usa, ai suoi
inizi, nel 1997, poco più di un poligono di tiro sovrascala situato nelle
paludi della North Carolina.
Da allora, Blackwater è cresciuta capitalizzando per esempio sulla strage
di Columbine (introdussero un training per bloccare eventuali attacchi
alle scuole) o sull'attacco alla Uss Cole (nuovi corsi per allenare I
marinai a difendersi dai terroristi) e integrando la sua espansione
progressiva a un intenso lobbying condotto nei corridoi di Washignton. Ma
è stato l'11 settembre che ha fatto la sua fortuna e il governo Bush che
(insieme a più di 500 milioni di dollari in contratti) ha dato a
Blackwater accessi e spazi virtualmente illimitati nelle operazioni in
Iraq (nel libro di Scahill anche le descrizione di una battaglia a Najaf,
dove I militari USA prendevano ordini dai mercenari). I problemi
intrinseci non solo alla privatizzazione dal guerra ma all'esistenza di un
esercito parallelo che opera indipendentemente da quello regolare e che fa
capo a un programma politico/religioso ben preciso stanno emergendo grazie
alle inchieste di cui Blackwater è protagonista. Per la prima volta, due
settimane fa anche Prince è stato convocato a testimoniare davanti al
congresso. Blackwaer conta più di 2.300 mercenari attivi, ha un database
di 21.000 ex soldati, poliziotti, agenti Cia e simili su cui contare. E
sta per aprire sedi in California, Illinois e nella giungle delle
Filippine.
Il manifesto 9 ottobre 2007
Il manifesto
3 ottobre 2007
"Così le guardie private Usa uccidevano i civili di Bagdad"
L'ultimo caso: spari sulle auto, 11 morti tra i quali un bimbo
MARIO CALABRESI
Uomini della Blackwater in Iraq
NEW YORK - "La diplomazia dei cowboy: i mercenari che uccidono in tuo nome".
Questo il titolo della storia di copertina dell'inserto di domenica del New
York Post, tabloid conservatore di proprietà di Rupert Murdoch, che raccontava
le gesta della più grande compagnia di sicurezza privata che lavora in Iraq
per il governo americano: la Blackwater.
Da anni le società che gestiscono le quasi cinquemila guardie del corpo
occidentali sono accusate per le violenze e gli incidenti causati, e per
l'impunità di cui godono, ma solo da domenica 16 settembre è cominciata a
crescere anche negli Stati Uniti l'indignazione per alcuni loro comportamenti.
Quel giorno un convoglio della Blackwater, che stava scortando un gruppo di
funzionari dell'ambasciata americana nel quartiere Mansour di Bagdad, temendo
un'imboscata ha aperto il fuoco su un gruppo di automobili civili uccidendo 11
persone tra cui un bambino di nove anni.
Una strage che ha scatenato la rabbia irachena: il governo dello sciita Al
Maliki ha espulso la società dal Paese revocandole la licenza. E
l'Amministrazione Usa ora ha deciso di inviare una squadra speciale dell'Fbi a
Bagdad per investigare il caso e riferire se ci sono gli estremi per
un'inchiesta penale da parte di un tribunale americano. L'indagine dei
federali andrà ad aggiungersi a quella del governo iracheno e alle inchieste
già in corso del Pentagono e del Dipartimento di Stato.
Ma a gettare benzina sul fuoco lunedì è arrivato un rapporto di 15 pagine
della Commissione di controllo sulle attività del governo, guidata dal
democratico Henry Waxman, in cui si sostiene che dal 2005 a oggi la Blackwater
- il principale contractor privato americano in Iraq, che garantisce la
sicurezza ai diplomatici dello State Department - è stata coinvolta in almeno
195 conflitti a fuoco e che i suoi uomini hanno sparato per primi in più
dell'ottanta per cento dei casi.
Nel rapporto inoltre si accusa il Dipartimento di Stato di non aver chiesto
conto alla società dei troppi incidenti ma anzi di averla coperta ogni volta
che accadevano: "La prima preoccupazione del Dipartimento - si legge - sembra
essere sempre stata quella di chiedere alla Blackwater di indennizzare
economicamente le vittime degli incidenti anziché cercare le responsabilità
per l'accaduto o indagare se c'erano stati comportamenti criminali".
Così si scopre che alla vigilia di Natale dell'anno scorso uno degli uomini
della compagnia, tornando da una festa completamente ubriaco, uccise uno degli
agenti di scorta del vice presidente iracheno Adil Abd-Al-Mahdi.
Immediatamente l'uomo venne rimpatriato e la Blackwater se la cavò con soli
15mila dollari di risarcimento alla famiglia della vittima.
Ma non solo, si scopre ora che la compagnia, che impiega soprattutto ex uomini
dei reparti speciali americani e li addestra in un campo in North Carolina, ha
dovuto licenziare 122 persone - un settimo delle sue forze in Iraq - per
comportamenti violenti e perché sparavano ubriachi o drogati.
Per i suoi servizi la Blackwater è costata al governo americano, solo in Iraq,
oltre un miliardo di dollari: negli ultimi due anni ha preso 832 milioni di
dollari dal Dipartimento di Stato, la metà dei quali senza neanche una gara
d'appalto. Soldi ben spesi secondo il fondatore e presidente, l'ex incursore
della Marina, Erik Prince, che ieri è stato sentito al Congresso: "Nessun
individuo, diplomatico, funzionario del governo o parlamentare in visita, è
stato mai ucciso o ferito e l'area in cui operiamo è la più pericolosa
dell'Iraq, mentre noi abbiamo perso 30 uomini e ne abbiamo avuti 125
gravemente feriti. Dall'inizio dell'anno abbiamo fatto 1873 servizi di scorta
fuori dalla green zone di Bagdad e solo 56 volte, meno del tre per cento dei
casi, è stato aperto il fuoco. Gli esseri umani fanno errori, e se hai mille
persone sul terreno può capitare che ogni tanto qualcuno faccia cose stupide".
Gigantesco, capelli rasati con la sfumatura alta, Prince - al centro
dell'attenzione anche per i suoi rapporti e per i suoi finanziamenti al
partito repubblicano - ha rifiutato la ricostruzione della strage di domenica
16 settembre: "Vi sono stati giudizi affrettati basati su informazioni non
accurate: i miei uomini hanno solo risposto al fuoco per sfuggire ad
un'imboscata preparata con un autobomba guidata da un kamikaze e da un gruppo
di ribelli armati con i fucili automatici Ak 47".
Quasi contemporaneamente però la Cnn mandava in onda le interviste a due
testimoni oculari: il primo è un poliziotto iracheno, Sarhan, il secondo è un
uomo di affari di 37 anni, padre del bambino ucciso. Secondo Sarhan il
convoglio di quattro veicoli della Blackwater guidava nella direzione
sbagliata: "Un vigile ha fermato il traffico per farli passare, le guardie
private hanno sparato cinque o sei colpi per allontanare la gente, ma uno di
questi ha colpito un'auto uccidendo un ragazzo che viaggiava con la madre". A
questo punto secondo alcune versioni l'auto colpita bloccava il passaggio,
secondo altre i poliziotti iracheni spararono verso gli uomini della
Blackwater: "Gli americani cominciarono a sparare pesantemente in tutte le
direzioni uccidendo tutti quelli che erano nelle macchine davanti a loro e chi
era per strada. Nessuno ha sparato verso di loro".
L'uomo d'affari aggiunge: "C'eravamo fermati per far passare il convoglio ed
eravamo tranquilli perché stavamo in una zona sicura, ma un attimo dopo hanno
cominciato a sparare su tutte le auto e mio figlio Alì, che era seduto dietro
di me, è stato colpito alla testa. Chiunque abbia cercato di scendere è stato
ucciso. Era l'inferno. Ora non voglio soldi ma che dicano la verità".
Ieri, all'inizio della seduta al Congresso, Waxman ha chiesto alla
Commissione: "La Blackwater sta aiutando o danneggiando i nostri sforzi in
Iraq?". A guardare i giornali e le televisioni sembra che la risposta comune
cominci ad essere la seconda e che il clima sia cambiato lo dimostra anche il
fatto che oggi la Camera voterà una legge che stabilisce che tutti i
contractor che operano all'estero potranno essere processati dai tribunali
penali americani e - se approvata - darà all'Fbi i poteri per investigarli e
perseguirli.
La repubblica 3 ottobre 2007
Le acque torbide della Blackwater
il manifesto19 Settembre 2007
Usa. Sono circa un migliaio i mercenari al servizio degli
USA uccisi in Iraq e Afghanistan, 13.000 quelli feriti
Il numero dei contractors Usa (personale non militare)
uccisi nelle guerre in Iraq e in Afghanistan ha superato i mille, secondo dati
ottenuti dalla agenzia Reuters. Le cifre del Ministero del Lavoro Usa
parlavano di 990 morti di contractors al 31 marzo scorso: 917 avvenute in
Iraq, 73 in Afghanistan. Da allora sono morti almeno altri 18 prestatori di
servizi. Nello stesso tempo vi sono stati oltre 13 mila contractors rimasti
feriti nelle due guerre. Secondo i dati del Pentagono nella guerra in Iraq
sono rimasti uccisi 3577 soldati Usa, mentre in Afghanistan il numero é di
342. Il confronto dei dati mostra una media di un contractor civile ucciso,
nelle due guerre, per ogni quattro militari Usa caduto in battaglia.
4 luglio 2007
La privatizzazione della guerra
L'esercito segreto mercenario
In Iraq i «contractors» privati al servizio degli Usa
sono oltre 100mila. E combattono
Manlio Dinucci
Sono circa 100mila (il quadruplo di quanto finora
stimato) i contractors del governo Usa che operano in Iraq, cui si aggiunge un
numero imprecisato di subcontractors: un totale che si avvicina a quello
dell'intera forza militare statunitense qui dislocata. Ciò risulta da un
censimento effettuato dal Comando centrale Usa, su richiesta delle agenzie
governative che forniscono i fondi (The Washington Post, 5 dicembre). I
contractors svolgono tutta una serie di compiti prima riservati ai soldati:
non solo costruzione di basi militari e fornitura di servizi logistici
all'esercito, ma «fornitura di sicurezza» e «interrogatorio di prigionieri».
In paesi come Iraq e Afghanistan non solo addestrano le forze armate locali
ma, anche se non viene detto, partecipano ad azioni di combattimento. I
contractors, statunitensi e di altre nazionalità, sono reclutati da compagnie
«fornitrici di sicurezza», le cui case madri si trovano soprattutto in Usa e
Gran Bretagna. Molti provengono da forze speciali e servizi segreti, che
lasciano per guadagnare di più: un commando di una compagnia privata può
guadagnare fin oltre 300mila euro l'anno, il quintuplo di un commando del Sas
britannico.
Tra le società «contrattiste militari private» che operano in Iraq e
Afghanistan, la maggiore è la statunitense Blackwater: fondata nel 1997 da un
ex commando dei Navy Seals, è composta di cinque compagnie specializzate. Si
autodefinisce «la più completa compagnia militare professionale del mondo» e
vanta tra i suoi clienti, oltre a società multinazionali, il Pentagono e il
Dipartimento di stato. E' specializzata in «imposizione della legge,
peacekeeping e operazioni di stabilità». A tale scopo dispone negli Stati
uniti di un campo di addestramento di 25 km2, in cui ha formato oltre 50mila
specialisti della guerra e della repressione. Una volta sul teatro di
operazioni, essi hanno praticamente licenza di uccidere: un documento del
comando Usa, reso pubblico dal New York Times (aprile 2004), autorizza le
compagnie militari private in Iraq a usare «forza letale» non solo per
autodifesa ma per «difendere proprietà», e a «fermare, detenere e perquisire
civili». Il lavoro, ovviamente, è rischioso: secondo statistiche del
dipartimento Usa del lavoro, dal 2003 sono stati uccisi in Iraq 650
contractors. Ma il numero è sicuramente più alto, dato che la maggior parte
delle morti non viene registrata.
Un'altra importante compagnia militare privata è la DynCorp International, che
si autodefinisce «impresa globale multiforme». Nessuno lo dubita. Con un
personale di decine di migliaia di specialisti, la DynCorp opera soprattutto
in Medio Oriente, nei Balcani e in America latina, per conto del Pentagono,
della Cia, dell'Fbi e del Dipartimento di stato. In Oman, Bahrein e Qatar, ad
esempio, si occupa della «riserva bellica preposizionata» dell'aeronautica
Usa. Si è anche specializzata in tecnologie dell'informazione, tanto che
Pentagono, Cia e Fbi le hanno affidato la gestione dei loro archivi
informatici.
L'importanza della società è cresciuta da quando, nel 2003, è stata acquisita
dalla società californiana Computer Sciences Corporation, specializzata in
tecnologie dell'informazione, molto ben piazzata al Pentagono. Così la DynCorp
svolge la sua missione, consistente nell'aiutare «il governo Usa a instaurare
la stabilità sociale attraverso uno stile democratico di governo». Una foto
emblematica, diffusa lo scorso agosto, mostra il leader afghano Hamid Karzai
che pronuncia il discorso nella «giornata dell'indipendenza afghana»,
circondato da bodyguards della DynCorp, eleganti e armati di grossi
mitragliatori.
Ma c'è un altro settore, non molto reclamizzato, in cui la DynCorp eccelle:
quello delle operazioni segrete affidatele dalla Cia e da altre agenzie
federali. In Colombia, Bolivia e Perù essa partecipa alle operazioni militari
dirette formalmente contro i trafficanti di droga. Un campo in cui questa
società anonima della guerra ha accumulato una ricca esperienza, da quando
negli anni '80 ha aiutato per conto della Cia Oliver North a fornire armi ai
contras. Negli anni '90, sempre per conto della Cia, ha addestrato e armato l'Uck
in Kosovo. Chiaro che oggi la DynCorp, come la Blackwater e le altre, conduce
in Iraq e Afghanistan anche operazioni segrete.
La guerra viene infatti condotta su due piani: uno alla luce del giorno, con
bombardamenti e rastrellamenti effettuati dalle forze statunitensi e alleate;
uno segreto, con operazione effettuate, oltre che dalle forze speciali,
dall'esercito ombra dei contractors. Quest'ultimo viene sicuramente usato in
Iraq per attuare una «exit strategy» favorevole agli interessi statunitensi:
la spartizione del paese in tre parti (sciita, kurda e sunnita) o addirittura
in più parti. Anche se la Casa bianca ufficialmente lo nega tale strategia,
già attuata nei Balcani, viene sempre più vista a Washington quale unica
alternativa perché gli Usa, attraverso accordi con i capi locali, possano
controllare l'area e in particolare le sue risorse petrolifere. Il modo più
efficace per spaccare l'Iraq è quello di alimentare lo scontro tra le fazioni
interne: quando esplode una bomba in un mercato, non è quindi escluso che vi
sia la mano di qualche oscuro lavoratore a contratto.
il manifesto13 Dicembre 2006
1. I mercenari del XXI secolo. Non più bande di avventurieri, ma multinazionali.
2. Le Private Military Company
3. I temerari capi mercenari
1. I mercenari del XXI secolo. Non più bande di avventurieri, ma multinazionali.
Al giorno d’oggi nel mondo ci sono oggi almeno cinquanta conflitti fra stati o all’interno di stati, in entrambi i casi per svariati motivi politici, territoriali, etnici ecc.. è facile trovare a fianco di uno o di ambedue i contendenti dei gruppi di soldati mercenari; ossia del personale bellico che non appartiene allo schieramento cui si affianca durante i conflitto, ma che invece, è stato ingaggiato da questa fazione dietro pagamento il più delle volte di laute somme di denaro.

L’attività mercenaria è senza dubbio il secondo dei mestieri più antichi al mondo, il fenomeno è vecchio come la guerra. E fin dai tempi antichi nella storia dei conflitti militari civili ed internazionali, si è fatto ricorso spesso a truppe non regolari, assoldate per rispondere a necessità contingenti e in seguito scaricate una volta terminata l’esigenza bellica. Del resto la stessa etimologia della parola “soldato” lo lascia intuire. Anche se di seguito per indicare chi forniva i propri servigi bellici a pagamento si è utilizzato il termine mercenario, dal latino mercenarium, che deriva da merces-ìdis “mercede, paga”, cioè chi presta la propria opera a pagamento.
Truppe mercenarie si segnalano già nelle Guerre del Peloponneso, rese famose dagli scritti di Tucidide e Senofonte, fino ai violenti Lanzichenecchi e ai più nobili Samurai, senza dimenticare gli italici soldati di ventura. Quest’ultimi fecero la loro fortuna nella penisola italiana, che divisa in tre o quattrocento stati indipendenti, era continuamente teatro di conflitti, tra le signorie e i ducati confinanti, e quasi sempre si ricorreva al soldato a pagamento. La maggior parte dei componenti di queste bande di mercenari erano per lo più emarginati delle campagne e delle città, in sostanza gli esclusi dalle varie attività sociali. L’unica eccezione erano i capi che spesso provenivano dalle classi alte, signori che si sentivano attratti da una vita avventurosa.
Una sostanziale ripresa dell’attività mercenaria si è avuta nell’immediato dopoguerra, e più precisamene con l’inizio del fenomeno della decolonizzazione. Allorché bande mercenarie, composte da avventurieri, avanzi di galera e criminali comuni senza scrupoli, a capo di leggendari e spietati ex comandanti di eserciti occidentali hanno combattuto per lungo tempo nelle giungle africane al soldo dei dittatori di turno o per conto dei servizi segreti occidentali.
Negli ultimi anni invece, in seguito allo smantellamento di numerosi eserciti, special modo per la fine della guerra fredda, - si parla che si siano riversati sul mercato circa sei milioni di disoccupati - non è corrisposto purtroppo la fine dei tanti conflitti in tante zone del pianeta. Di conseguenza si è provveduto a riorganizzare corpi militari mercenari, ad opera di organizzazioni con tanto di siti Internet, con un know-how sofisticato, persino una gestione manageriale, uffici nelle principali capitali europee e americane. Inoltre, tali organizzazioni sono collegate a società quotate in borsa e offrono servizi high tech a governi, multinazionali del petrolio, industrie minerarie e chiunque ne faccia richiesta.
Dunque oggigiorno le storiche compagnie di ventura e bande di mercenari post coloniali (alcune non sono ancora del tutto scomparse), sono state sostituite con vere e proprie organizzazioni internazionali che si occupano delle varie forniture di alcuni servizi militari e di sicurezza.
Si tratta delle Società Private Militari, meglio conosciute come Private Military (comunemente definite PMC) caratterizzate da un ampia gamma di attività, le più estreme delle quali comportano il supporto alle operazioni militari sul campo o, addirittura, l’intervento diretto; oppure le Società Private di Sicurezza o Private Security Companies (PSC), società impegnate nella fornitura di servizi di sicurezza al mondo pubblico e privato, ma che non intervengono direttamente. Entrambe sono solitamente guidate da veterani delle forze armate - ex generali a quattro stelle- e offrono in cambio di lauti contratti i propri servigi e consulenze strategiche, ma spesso anche veri e propri battaglioni d’assalto.
In sintesi, i servizi offerti dalle PMC riguardano principalmente: consulenza (pianificazione operativa e ristrutturazione degli organici delle Forze Armate); Addestramento militare (rivolto agli addetti alla sicurezza, alle truppe regolari, e in alcuni casi, ai corpi militari d’élite); e supporto logistico (ad esempio nel caso di servizi di natura non esclusivamente militare o operativa, ai quali sempre più spesso ricorrono i comandi militari, i governi, le Organizzazioni Internazionali e non Governative).
Nessuno sa quanto sia il fatturato mondiale complessivo delle PMC, ma già prima dell’invasione dell’Iraq si stimava che il tutto si aggirasse intorno ai 100 miliardi di euro. (Il manifesto - 06 Aprile 2004).
Queste organizzazioni belliche contano sul fatto che, come detto, la fine della Guerra Fredda e la riduzione degli organici degli eserciti nazionali hanno riversato nel mercato della sicurezza privata un numero consistente di professionisti nel settore militare che mettono a disposizione l’addestramento ricevuto e le capacità maturate nelle loro Forze Armate. Quindi, ex ufficiali del Sas britannico e della Legione straniera, paracadutisti israeliani, piloti ucraini e russi. Oppure in altri casi si tratta personaggi che hanno preferito abbandonare corpi speciali degli eserciti di paesi occidentali per scegliere la via più remunerativa del mercenariato. Ciò ha contribuito ad innalzare notevolmente la qualità dei servizi proposti. Infatti, il personale oggi alle dipendenze della maggior parte delle PMC è dotato di un alto livello di professionalità, di una grande esperienza sul campo, nonché delle conoscenze necessarie per poter utilizzare le tecnologie e le apparecchiature più sofisticate. Inoltre, nei loro ranghi direttivi presentano una densità assolutamente abnorme di ufficiali in pensione. Addirittura negli ultimi anni sono aumentate vertiginosamente le richieste di pensionamento anticipato da parte dei componenti di corpi speciali britannici e americani.
Ad esempio sui 300 membri del Sas (corpo militare d’elitè britannico), 40 hanno chiesto la pensione anticipata l’anno scorso, tutti attratti dalle altissime paghe delle formazioni militari private. Secondo il New York Times, un Berretto Verde o un Seal con 20 anni di anzianità guadagna ora 50.000 dollari come paga base (cui però vanno aggiunge varie indennità), e può andare in pensione con 23.000 dollari l’anno. Le ditte di sicurezza gli offrono dai 100 ai 200.000 dollari l’anno (Il Manifesto - 06 Aprile 2004).
Oltre alle alte remunerazioni queste società entrato a pieno titolo tra le componenti politiche e industriali che procedono allo sfruttamento economico delle zone tetro del conflitto. Infatti, non è un caso che gli Stati africani in cui più viene fatto uso di mercenari sono Angola, Sierra Leone e Zaire, tutti Paesi ricchi di giacimenti minerari. Una volta sedata la rivolta o concluso il conflitto le PMC intraprendono attività commerciali come parte del contratto. Oltretutto dal momento che le Private Military Company, a differenza degli eserciti normali, sono pagate solo in tempi di guerra, sorge legittimo il dubbio se siano davvero interessate a far tornare la pace. Dunque “la ragione d’essere”, il modus vivendi dei mercenari è l’instabilità. Ed è nel loro interesse che sia mantenuta.
Le operazioni militari degli ultimi anni - Golfo, Somalia, Zaire, Haiti, Bosnia, Kosovo, Croazia - hanno coinvolto numerose PMC (Private Military Company) a vari livelli. Addirittura dopo l’11 settembre la privatizzazione della guerra ha subito un’ulteriore accelerazione portando alle stelle le quotazioni in Borsa delle società che fanno formazione militare.
Ce ne sono di tutte le nazionalità: dalla francese Cofras all’israeliana Levdan, anche se, oltre alla disciolta sudafricana Executive Outcomes, le più richieste e presenti sul mercato sono quelle americane e quelle inglesi numerossime.
Il tutto senza dimenticare che oltre alle PMC - che forniscono armi e persone che le usano, training e attività di spionaggio – anche le PSC – che vendono soprattutto servizi di intelligence, expertise e sicurezza, come scorta a personaggi importanti e preziosi – hanno avuto il loro bel da fare.

La grande occasione in ogni caso è stata rappresentata dall’Iraq. Nell’ex paese del dittatore Saddam Hussein si parla della presenza di circa 20 mila mercenari, destinati, secondo alcuni, ad aumentare visto il continuo precipitare della situazione.
Le PMC e simili, presenti non si limitano quindi a occuparsi di sicurezza, ma spesso conducono se non dirigono proprio azioni particolarmente complesse con personale iper-qualificato. In Iraq è schierato insomma un vero e proprio esercito privato con paghe di 15 mila dollari al mese per gli ufficiali, e di 7 mila per i non graduati. E tra i compiti delle compagnie militari private vi è stato anche quello dell’interrogatorio dei prigionieri, infatti, per le torture ad Abu Ghraib sono stati chiamati in causa, oltre a commilitoni dell’esercito americano, anche dipendenti di una compagnia militare privata, la Caci International Inc.; la quale naturalmente si è difesa dicendo di aver fatto quanto veniva ordinato dai militari.
Non tutti i componenti di queste multinazionali della guerra sono semplici ex militari, basti pensare che in Iraq è morto Francois Strydom, al soldo della compagnia sudafricana Erinys, implicato in molteplici assassini politici commessi dal gruppo paramilitare Koevoet nella Namibia degli anni ‘80. Oppure Deon Gouws, ferito sul fronte iracheno, ex membro della polizia segreta sudafricana che ha confessato di avere organizzato numerosi attentati contro gli attivisti anti-apartheid. E che dire di Derek William Adgey, ex marine britannico che ha passato quattro anni in galera per il suo lavoro con l’Ulster Freedom Fighters e che ora è nel Golfo per conto dell’Armor Group.
Il 29 marzo 2004, due addetti alla sicurezza della General Eletric, uno canadese e uno britannico, vengono uccisi nel nord dell’Iraq, nei pressi di Mosul. Qualche giorno dopo il giornale britannico Independent rivelava che il britannico ucciso, Christopher McDonald, era un membro del primo battaglione del Royal Irish Regiment che si sarebbe dovuto trovare ufficialmente in Irlanda del nord per un corso di addestramento. Invece aveva scelto di andare, clandestinamente, in Iraq per un lavoro molto più remunerativo (La repubblica 9 aprile 2004).
Il business irakeno delle società occidentali ha comunque avuto i suoi problemi soprattutto con l’innalzarsi della tensione all’interno del paese. Infatti, se inizialmente l’Iraq ha rappresentato un vero e proprio affare successivamente con l’incremento dei rapimenti e degli omicidi, special modo di personale americano o facente parte di società statunitense molti componenti delle “squadre di sicurezza” hanno preferito lasciare. In questo modo le società occidentali e del Golfo si sono rivolte ad un personale meno professionale e specializzato, ma allo stesso tempo meno costoso, ossia asiatici; in particolare quelli provenienti dal Nepal, dallo Sri Lanka e dall’India.
Oltre all’Iraq oggi le PMC operano in più di 40 Stati. Inoltre, trattandosi spesso di operazioni militari non è facile ottenere informazioni in proposito ma, secondo un rapporto del 1999 della ong International Alert, nella lista ci sono, tra gli altri, il Kashmir, l’Afghanistan, la Liberia, la Repubblica democratica del Congo, l’Angola, la Sierra Leone, l’ex Jugoslavia, l’Etiopia e l’Eritrea.
Ad esempio in Angola, la compagnia britannica Defense System Ltd (Dsl) - che dà lavoro a quattromila persone nel mondo - garantisce la sicurezza degli impianti petroliferi della Sonangol. Inoltre, sta cercando di assicurarsi anche il contratto per la protezione dell’oleodotto che dovrà collegare i pozzi del sud del Ciad al porto camerunese di Kribi; e secondo la stampa inglese la Dsl, su istruzioni della British Petroleum (la Bp), starebbe addestrando il corpo antiguerriglia della polizia - i cui abusi vengono denunciati da Human Rights Watch.
Tra le ditte mercenarie più presenti e consolidate sul “mercato della guerra” si segnalano per la loro presenza e organizzazione - e secondo alcuni anche per la loro efficienza - l’Executive Outcomes, l’Mpri, la Dyn Corp, Sandline International, la Blackwater ed altri “minori”.
L’Executive Outcomes (Eo) è stata una società mercenaria sudafricana, in seguito disciolta per legge, fondata da un rhodesiano trasferitosi in Sud Africa da bambino, Luther Eeben Barlow, che ha fatto carriera durante il regime dell’apartheid come ufficiale nel famigerato 32° battaglione Buffalo, impegnato in Angola a fianco dei ribelli dell’Unita di Jonas Savimbi, e poi dirigente del Ccb, il servizio di sicurezza del governo razzista di Pretoria.
La costituzione della società di mercenari avviene nel 1989 e in pochi anni raggiunge circa 3 mila dipendenti reclutati tra i veterani del Sas, dei Selous scouts rhodesiani, dell’ex Armata rossa, dei marines americani e dei reparti speciali sudafricani. Cui affianca un enorme arsenale bellico e logistico.
Fin da subito sono strepitosi i successi che la Executive Outcomes ottiene in Angola nel 1993 prestando i propri servigi, con tanto di combattimenti vittoriosi (pochi uomini super addestrati e pochissime perdite sul campo), ad una importante industria petrolifera. In seguito a questo intervento, una consociata di Eo, Branch Energy, ottiene importanti concessioni nella provincia mineraria di Lunda Norte in Angola.
Nel 1995 Barlow e i suoi uomini intervengono in Sierra Leone contro una fazione di ribelli a fianco del dittatore Valentino Strasser che ne chiede espressamente l’aiuto. Oltre ad un lauto contratto l’organizzazione mercenaria ottiene anche una concessione mineraria; mentre un’altra, per 25 anni, viene accordata alla sua consociata Branch Energy. Nel 1997 Eo abbandona la Sierra Leone, passando il testimone a un’altra moderna compagnia di ventura, la Sandline del colonnello inglese Tim Spicer, ma lascia sul posto una serie di “sister company” impegnate nel business della sicurezza e dei diamanti.
Quando Nelson Mandela impone al parlamento sudafricano una risoluzione che vieta le attività di Eo, ufficialmente sciolta nel 1999: dalla sua villa nei sobborghi di Pretoria Barlow continua a presiedere una galassia di società di facciata (Saracen, Teleservices, Lifeguard, Gray Security) e a possedere partecipazioni azionarie in numerose holding nel settore minerario, dei trasporti, dello sminamento e delle costruzioni. Una nuova società emanata da Eo, Nfd, che nel 1999 ha lavorato per i servizi di sicurezza libici, ha concluso nel 2001 un accordo con il Sudan per la protezione dei giacimenti petroliferi nel Sud del paese.
Inoltre, oggi, che la compagnia di ventura sudafricana ha apparentemente chiuso i battenti e il Sudafrica ha adottato una legge anti-mercenari, i veterani del Buffalo sono a spasso vengono reclutati per operazioni da altre società o singoli capi mercenari per azioni come quella pianificata e fallita contro il barone guienano Teodoro Obiang Nguema (Il Manifesto 30 Maggio 2004).
L’americana Mpri (Military professional resources inc.), fondata nel 1988, non assume mercenari impegnati in combattimento, ma fornisce piuttosto addestramento militare, raccolta d’informazioni, servizi di comunicazioni militari, armi, e protezione ai clienti. L’organizzazione ha come presidente il generale Carl E. Vuono, già capo di stato maggiore che diresse la guerra del Golfo e l’invasione di Panama; come capo della divisione internazionale, il generale Crosbie E. Saint, ex comandante delle forze Usa in Europa; come portavoce il generale Harry E. Soyster, già direttore della Defence Intelligence Agency (Dia); e come supervisore in Macedonia il generale Ron Griffith, già vicecapo di stato maggiore.
La sua sede principale è ad Alexandra (sobborgo chic di Washington D. C.), dove lavorano circa 900 dipendenti, ma dispone di 10.000 ex militari, comprese forze d'élite, pronti a partire su chiamata per prestare i propri servizi. La Mpri lavora a stretto contatto con il Pentagono, e vanta numerose attività ed esperienze nel mondo: assistenza tecnica e formazione militare nei Balcani, in Africa, a Taiwan. Basti pensare che i commando croati che nell’agosto 1995 lanciarono la pulizia etnica nella Krajina serba misero in pratica tecniche di combattimento mutuate dal Mpri. Attualmente opera in Colombia dove su commessa del governo americano assieme alla Dyncorp operano nella distruzione delle coltivazioni di coca nel Putumayo e in operazioni segrete contro la guerriglia marxista, potendo contare su piloti, veterani del Vietnam e della guerra del Golfo.
La Dyn Corp con sede a principale a Reston, in Virginia, come la Mpri ebbe il compito di addestrare in Croazia le milizie di Zagabria durante il conflitto nei Balcani. Le stesse formazioni militari che poi si sarebbero macchiate di crimini contro l’umanità. La Dyn Corp denuncia esplicitamente un giro di affari di oltre 15 miliardi di dollari l'anno, ben 40.000 ”dipendenti” e “750 sedi sparse per il mondo”. Inoltre, tale PMC fornisce anche servizi complessi di sicurezza ed è in grado di impiegare unità navali, aeree e terrestri. L’anno scorso ha ottenuto l’appalto per la protezione fisica del presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai.
Alcuni mercenari della DynCorp contando sul fatto che essi non rispondono a nessun codice militare, ne hanno approfittato per avviare un traffico di prostitute bambine in Bosnia.
La britannica Sandline International è stata fondata da Tim Spicer, già colonnello delle Guardie scozzesi, eroe delle Falkland ed ex portavoce dell’Onu in Bosnia. Tra i primi incarichi quello di fornire armi e personale che dovevano rimettere in sella Tejan Kabbah, il presidente della Sierra Leone, deposto da un colpo di stato militare. Ma l’organizzazione incappò nell’embargo imposto dall’ONU e a farne le spese fu lo stesso Spencer che venne arrestato. Oggi Sandline possiede elegantissimi uffici nella londinese King’s road, nel quartiere di Chelsea. La sua attività è molto segreta. Il suo fondatore Tim Spicer sostiene che se gli uomini della sua organizzazione vengono uccisi, la risonanza nei media è minima, quindi, per questo motivo i governi si rivolgono a loro per non restarne coinvolti. La Sandline International già nel 1997 ha svolto, con la Eo, alcune operazioni antiguerriglia in Papua Nuova Guinea, con truppe guidate dal luogotenente-generale in pensione Ed Soyster, un ex della Dia, è anche un rappresentante di una compagnia americana
La Blackwater è stata fondata nel 1988 da ex Navy Seals (le truppe speciali della marina americana, anche se a noi il loro nome non appare particolarmente bellicoso: seals vuol dire “foche”). Il complesso di questa società di mercenari si trova in North Carolina, e comprende poligoni di tiro per armi ad alta potenza, edifici per simulare la liberazione di ostaggi.
Tra i suoi clienti, oltre a società multinazionali, vanta il Dipartimento della difesa e il Dipartimento di stato degli Stati uniti d’America. Molti mercenari della Blackwater sono stati reclutati, soprattutto in Cile: tra questi vi sono “commandos addestrati (poco più di un centinaio), sotto il governo militare di Augusto Pinochet, addestrati a suo tempo in speciali campi a Santiago e in North Carolina negli Usa” (The Guardian, 5 marzo).
Le loro paghe annue vanno da 70 a 250mila dollari, ma sicuramente ricevono anche premi extra. Essi vengono infatti impiegati in vere e proprie azioni di combattimento. Lo conferma il fatto che, il 4 aprile, “un attacco della milizia irachena contro il quartier generale del governo Usa a Najaf è stato respinto non dai militari statunitensi, ma dai commandos della Blackwater” (The Washington Post, 6 aprile). Anche perché come ha rivelato il presidente della Blackwater, Gary Johnson, al Guardian: “Andiamo anche in capo al mondo per trovare i nostri professionisti”.
La società statunitense mercenaria è composta da cinque compagnie specializzate, e in Iraq provvede alla sicurezza personale del proconsole americano, Paul Bremer. Proprio nell’ex paese di Saddam Hussein la Blackwater ha subito anche delle perdite di personale, come i quattro agenti catturati e scempiati a Falluja, i cui corpi sono stati poi ripresi dalle telecamere di tutto il mondo.
Tra le altre “minori” si segnalano l’americana Vinell con base a Fairfax, Virginia nel 1997 si è aggiudicata un contratto di 163 milioni di dollari per la modernizzazione della Guardia nazionale saudita. Questa compagnia è una filiale del gruppo Carlyle, di cui sono azionari l'ex vicedirettore della Cia e l'ex segretario di stato di Reagan, James Baker.
La Global Risk Strategy, una ditta inglese di sicurezza con sede a Londra vigila in Iraq sul palazzo di Bassora dove ha sede il comando meridionale della coalizione con da mercenari provenienti dalle isole Fiji
La Saic che conta un fatturato di 6 miliardi di dollari, 35 mila dipendenti e sedi in 150 città del mondo.
La Halliburton - il gigante texano un tempo guidato dal vice presidente Dick Cheney che ha ottenuto la fetta più importante della degli appalti statunitensi per la ricostruzione con annessi già una pioggia di scandali - ha il suo esercito privato, la maggior parte delle società occidentali che arrivano in Iraq, di fronte alla violenza sempre crescente si rivolgono a società private che forniscono scorte di gorilla privati.
Infine, troviamo gli uomini della Control Risks Group a proteggere i funzionari del Ministero degli Esteri britannico e il personale della Armor Group a difesa di tutte le installazioni americane in Medio Oriente.
La Ronco Corporation. Sotto la copertura di un contratto di sminamento in Rwanda, concluso nel 1995, la Ronco ha importato esplosivi e blindati, poi girati all'esercito di Kigali - informa Kathy Austin, consulente di Human Rights Watch.
3. I temerari capi mercenari
Oltre alle tante società multinazionali che prestano servizi bellici di vario genere, si affiancano fin dall’era post-coloniale vere e proprie bande di mercenari specializzate in repressioni e colpi di stato che all’epoca hanno fatto le proprie fortune nel continente africano durante la decolonizzazione.
Si tratta di bande composte da individui che non rispondono a nessuna organizzazione e combattono per puro profitto economico, assoldati da governi legittimi ma, più spesso, da movimenti ribelli armati.
Rientrano tra questi non solo i tradizionali gruppi mercenari guidati da leader come Christian Tavernier, Mike Hoare, ed il francese Bob Denard, ma anche la “Legione Bianca”, formata da combattenti serbi e assoldata dal dittatore zairese Mobutu nel 1996-97 per combattere i ribelli di Laurent Cabila.
Bob Denard e la sua banda di “cani da guerra” costituita da avventurieri, disertori e avanzi di galera reclutati negli angiporti di Amburgo e di Marsigli, è considerato il “grande vecchio” dell’attività mercenaria. Sempre a combattere nelle giungle africane al soldo dei dittatori di turno o per conto dei servizi segreti occidentali. Si racconta, che Bob Denard molti anni fa non disdegnava di accettare al posto del denaro qualche tonnellata di avorio, lingotti d'oro o sacchi interi di pietre preziose.
Il
suo curriculum va dal tentativo di appoggiare i ribelli congolesi contro il
presidente Mobutu, nel 1967, passando per interventi militari nello Yemen, in
Angola e nel Benin, fino al fallimento dei preparativi dell’ennesimo golpe alle
isole Comore, l’ormai ultrasettantenne militare francese ha segnato la storia di
molti conflitti, attività di guerriglia e colpi di Stato africani con una
presenza quasi costante nel Biafra e nel Katanga. Il nome di Bob Denard è stato
legato inoltre, ha uno degli ultimi episodi di intervento mercenario “vecchio
stile”. Nel dicembre 2002 alcune inchieste svolte presso i tribunali di Verona e
di Torre Annunziata (NA) portarono a smascherare e bloccare sul nascere un
tentativo di colpo di Stato per rovesciare il presidente delle Comore in pieno
Oceano Indiano, Azali Assoumani. Il mercenario francese venne accusato di aver
reclutato, organizzato ed armato una forza mercenaria (tra l’altro formata da ex
personale militare e dei Servizi di Italia e Francia), in violazione della legge
205 del 1995, che vieta l’attività mercenaria.
Sopra Bob Denard le Isole Comore
Nel 2001 alcuni
mercenari italiani
furono indagati perché coinvolti nel tentativo di golpe alle isole Comore in
pieno Oceano Indiano organizzato da Bob Denard. I fermati ed indagati erano
residenti a Verona, Roma, Trieste, Trento, Firenze, Parma. I due agli arresti
domiciliari si trattava di Fabio Leva, 62 anni, di Lussinpiccolo (Croazia), e
Franco Nerozzi, 40 anni,
di Verona. Le accuse erano pesanti: il procuratore di Veron
a
Guido Papalia contestava loro l’associazione con finalità di terrorismo
internazionale, l’eversione dell’ordine democratico, la violazione della legge
specifica sui mercenari. Gli italiani contattati avrebbero avuto il compito di
intervenire nuovamente facendo affidamento sulle armi che avrebbero dovuto
essere messe a disposizione da persone non identificate residenti
tra Sudafrica e Mozambico.
Dalle indagini è anche venuto fuori che alcune delle persone coinvolte avevano partecipato in passato ad una missione in Birmania apparentemente svolta per portare aiuti al popolo dei Karen, una minoranza che si oppone al governo in carica. Il gruppo, al quale si erano aggregati alcuni medici, totalmente ignari degli scopi reali della missione, era entrato clandestinamente in Birmania dalla frontiera con la Thailandia ed erano stati subito bloccati ed espulsi.
Il tutto violando l’Art. 288 Arruolamento o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero.
Chiunque, nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da tre a sei anni. La pena e' aumentata se fra gli arruolati sono militari in servizio, o persone tuttora soggette agli obblighi del servizio militare. Codice Penale Libro secondo: DEI DELITTI IN PARTICOLARE Capo II: DEI DELITTI CONTRO LA PERSONALITA' INTERNA DELLO STATO
Inoltre, in Italia, Paese che ha ratificato una convenzione delle Nazioni Unite dell'89 contro l'assunzione, l’uso, il finanziamento e la formazione dei mercenari, tutta l'attività è proibita e condannata con pene dai 4 ai 14 anni.
Inoltre, sempre in merito a questa inchiesta è stato accusato di traffico internazionale di armi e di altri reati ad esso connessi.
“Il
padre di tutti i mercenari” - così Denard è conosciuto dai servizi segreti di
tutto il mondo per la sua carriera di “golpista a pagamento” - all’età di 71
anni aveva escogitato il colpo di
stato con pochi fedelissimi e addestratissimi mercenari, in cambio di una bella
concessione dello stato (da parte dei funzionari che lui stesso sarebbe riuscito
a far insediare) per la costruzione di un villaggio turistico a cinque stelle
dove avrebbe passato il resto della vita tranquillamente adagiato sotto le
palme.
Il golpe gli stava riuscendo alla perfezione, essendo Denard riuscito a convincere a schierarsi dalla sua parte niente di meno che Sheik Ahmed Abdallah, potentissimo figlio di un ex presidente delle Comore, con grandi entrature nelle forze armate locali.
Simon Mann mezzo mastino della guerra e mezzo uomo d’affari, discendente di un’aristocratica famiglia di birrai inglesi (suo padre e suo nonno sono stati capitani della nazionale di cricket), prima di diventare colonnello dei Sas studia a Eton, il più elitario liceo britannico. Durante il servizio per Sua Maestà a capo di gruppi ristretti e ampiamente qualificati, compie azioni segrete in mezzo mondo: la sua presenza viene segnalata a Cipro, in Germania, in Canada, in America centrale e in Irlanda del Nord. Stando ad alcune ricostruzioni, avrebbe anche partecipato all’infame “domenica di sangue” del 1972, quando nella repressione di una pacifica marcia a Londonderry vengono massacrati quattordici manifestanti inermi. Nientemeno nel 2002 Mann ridà vita all’episodio su celluloide, interpretando personalmente, ed in maniera perfetta, il ruolo del colonnello Wilsford nel film Bloody Sunday.
Lasciato il servizio attivo nel 1985, - verrà brevemente riarruolato, durante la guerra del Golfo del 1991, nei ranghi delle forze di sicurezza britanniche di stanza a Riyadh - si lancia nel business dei computer e dei sistemi di comunicazione, lavora come consulente per i paesi arabi collaborando col generale a riposo Peter de la Billiere e, soprattutto, fonda con Luther Eeben Barlow, la più celebre delle moderne compagnie di ventura: Executive Outcome (Eo). Molto vicino al capo della Executive Outcomes (Eo) Mann fonderà la succursale britannica della celebre azienda militare privata insieme al finanziere Tony Buckingham, per poi entrare in affari con il colonnello Tim Spicer, leader della Sandline (altra compagnia di ventura dalle fastose gesta).
Il suo nome inoltre, è associato alle più celebri e controverse operazioni compiute da Eo sul terreno africano negli anni Novanta: l’intervento in favore del governo angolano di José Eduardo Dos Santos contro i combattenti dell’Unita; la spedizione contro i sanguinari ribelli del Fronte rivoluzionario unito (Ruf), che assediavano la capitale sierraleonese Freetown. Tutti interventi decisivi, che vengono ripagati dai governi serviti con ricche partecipazioni nelle concessioni petrolifere e diamantifere.
L’ultimo coinvolgimento del mercenario di sua maestà, avventuriero appassionato, businessman spregiudicato, raffinato esperto informatico in un colpo di stato è del 2004. Quando si rende protagonista del fallito tentativo di golpe in Guinea Equatoriale, un minuscolo paese sulla costa atlantica che ha scoperto giacimenti di greggio ed è finito nel mirino delle multinazionali del petrolio. Mann doveva rifornire di armi all’aeroporto di Harare in Zimbawe un’intera banda di mercenari nascosti su un aereo in procinto di proseguire per la Guinea. In seguito a controlli a bordo tra casse di materiale bellico, valigie piene di radio ricetrasmittenti e zaini militari, ci sono 64 passeggeri: sudafricani, angolani, congolesi, namibiani quasi tutti veterani del 32° Buffalo battaglione, l’unità utilizzata negli anni Settanta e Ottanta dal regime dell’apartheid. Il gruppo in missione di guerra era guidato da Simon Witherspoon, ex commando delle forze speciali di Pretoria. I mercenari, presi in consegna dalla polizia politica di Robert Mugabe, sono stati rinchiusi in un carcere di Harare e adesso rischiano la condanna alla pena capitale.
Qualche giorno dopo su segnalazione dei servizi segreti angolani e sudafricani, la polizia guineana arresta a Malabo altri 15 stranieri di nazionalità sudafricana, tedesca, armena e kazaka: è il team avanzato che attendeva il Boeing con le armi e i rinforzi. Il loro leader è una vecchia conoscenza dei servizi di sicurezza di Londra e di Pretoria: il colonnello Nick Du Toit, 48 anni, ex ufficiale dell’esercito sudafricano, che stranamente in Guinea ci era già stato poiché su invito del governo, per addestrare l’esercito regolare.
Il golpe sarebbe stato ispirato dalle compagnie petrolifere occidentali (Exxon Mobil, Chevron, TotalFina, Repsol) ansiose di sfruttare le riserve del paese, terzo produttore africano di greggio dopo Nigeria e Angola, quarto beneficiario subsahariano degli investimenti americani e protagonista negli ultimi anni (i pozzi sono entrati in produzione nel 1996) di una crescita economica che registra uno spettacolare tasso di espansione del 60 per cento annuo, il più elevato al mondo.
Nel 1992 la Guinea equatoriale non produceva petrolio. A distanza di un decennio, nel 2002 la produzione giornaliera ha raggiunto i 242 mila barili giorno, a pari merito con il Gabon, e sopravanzando nella classifica continentale il Sudafrica. Se tra i produttori africani è in ottava posizione, sale al settimo tra gli esportatori con 221 mila barili al giorno sopravanzando Egitto e Sudan. Mentre i conteggi di produzione ed esportazione sono plausibili, lo è molto meno l'indicazione delle riserve: da un decennio, dal 1995 al 2004, sono fisse in 12 milioni di barili. Per confronto, la riserve italiane sono indicate ogni anno, dal 1999 in qua, in 622 milioni di barili. Come è ovvio il petrolio della Guinea equatoriale è molto più abbondante. Quanto lo sia, non è dato saperlo.
Il petrolio dell'Africa subsahariana, rappresenta già oggi il 17% di tutta l'importazione Usa. Il presidente Teodoro Obiang gestisce soprattutto a proprio favore le esportazioni. Dal petrolio deriva l'86% del prodotto interno lordo del paese e il 90% delle esportazioni.
Charles Burrow, ex Executive Outcomes ha in un primo tempo affermato che i 64 esperti militari erano diretti nella Repubblica democratica del Congo per tutelare gli interessi di un ente minerario. Ma lo stesso Mann ha poi confessato, forse sotto tortura, i dettagli del fallito golpe: i servizi segreti occidentali avrebbero convinto i più alti gradi della polizia e dell'esercito di Malabo a non opporre resistenza in cambio di posti nel futuro governo; e lo stesso Severo Moto avrebbe promesso a Mann i diritti di sfruttamento su alcuni giacimenti petroliferi.
Christian Taverner, noto mercenario belga è stato protagonista del fallimento in Zaire a capo di un esercito irregolare di miliziani serbi nel 1997. La loro presenza era stata ampiamente registrata dalla stampa francese (dal settimanale "Vreme" del 1 marzo 1997).
Mike “Mad Max” Hoare, un ex maggiore dell’esercito di Sua Maestà britannica componente dello staff militare di Mountbatten in Birmania, attivo in Sudafrica, Congo e Rhodesia negli anni ‘60-‘70.
Mark Thatcher il figlio dell'ex lady di ferro a fine agosto viene arrestato Le forze speciali sudafricane. Il baronetto inglese non è un capo mercenario, un avventuriero o qualcos’altro alla ricerca di emozioni forti, ma viene coinvolto alla pari di Simon Mann nel tentativo di golpe nella Guinea Equatoriale. L’accusa di aver dato assistenza logistica al putsch fallito nel marzo scorso in Guinea equatoriale.
Mark Thatcher, baronetto per eredità, ha sempre sfruttato il nome della madre per business figlio di Margaret Thatcher, ex primo ministro britannico, meglio nota come Lady di Ferro. Il rampollo di casa Thatcher ha sempre sfruttato quell’unico “passpartout” che si ritrova (visto che neanche a scuola aveva brillato, lascia la scuola pubblica di Harrow con soli tre O' levels, l'equivalente della terza media): il suo cognome, il fatto di essere il figlio del primo ministro britannico. Dopo varie attività manageriali, con non pochi fallimenti, non nel settore della vendita delle armi Più di recente (dopo gli arresti a marzo dei mercenari diretti nella Guinea equatoriale in preparazione del golpe) Thatcher era stato chiamato in causa direttamente dal presidente Teodoro Obiang della Guinea, per il quale Sir Mark era il finanziatore del golpe. (Il Manifesto - 26 Agosto 2004)
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