Lettera aperta «Sono stato costretto a una scelta
inevitabile»
Franco Turigliatto
Ho votato la fiducia al governo Prodi secondo il mandato
ricevuto sul programma dell'unione, che non comprendeva né la guerra infinita in
Afghanistan, né il raddoppio della base Usa a Vicenza.
A prescindere dai disastri sociali derivanti dalla permanenza delle leggi 30,
Moratti e Bossi-Fini e da una finanziaria liberista, la tripletta dell'impennata
delle spese militari, dell'impegno a Kabul almeno fino al 2011 e del supporto
logistico alla guerra con la nuova base di Vicenza, segna una profonda rottura
con una qualsiasi pur blanda opzione di sinistra e di pace. Alle richieste di
ripensamento sulla base dopo la manifestazione del 17 febbraio si è risposto che
«tireremo dritto» (Prodi), «ogni ripensamento sarebbe un gesto di ostilità agli
Usa» (D'Alema). E Padoa-Schioppa aggiunge: «Faremo la Tav». Uno schiaffo dopo
l'altro alle richieste dei movimenti.
Per questo ho scelto di non partecipare al voto, operando in tal modo in piena
coerenza non solo con le mie idee, ma anche con il programma storico del mio
partito. Per questo lo rifarei.
L'operazione di D'Alema, Cossiga, Andreotti e Pininfarina è solare e il nuovo
esecutivo con Follini è la premeditata conseguenza per la «fase due» del
governo, dopo che nella «fase uno» la sinistra, apparsa come vincente e nello
stesso tempo corresponsabile di tutti i malumori sociali, aveva ottenuto in
realtà ben poco. Il governo, la cui discontinuità, era indicata nella
permeabilità ai movimenti sociali, ha preventivamente criminalizzato le lotte
sindacali e pacifiste in vista dell'attacco alla previdenza e dell'offensiva di
guerra in Afghanistan. E' troppo comodo per i dirigenti del Prc e altri farmi
passare come «capro espiatorio» per non ammettere il fallimento del progetto di
condizionamento a sinistra dell'Unione. Con la mia espulsione si finisce di
accreditare la tesi falsa della caduta del governo nascondendo la manovra
centrista.
Il clima da caccia alle streghe contro di me e tutta l'area di Sinistra Critica
oltre a essere demodé, ha del grottesco. Vengo persino accusato di «scissione»
dopo essere stato cacciato dal gruppo parlamentare e obbligato dal regolamento
ad aderire al gruppo misto. In attesa per altro delle dimissioni che per
coerenza politica avevo annunciato prima del voto e confermato subito dopo.
Non accetto il linciaggio mediatico veicolato anche dal mio partito. Soprattutto
non credo che possa essere valida una politica che il sabato sfila contro la
guerra e il mercoledì successivo sulla base di un presunto realismo e della
«concretezza» vota politiche di intervento militare. Molti mi accusano di fare
l'anima bella, anche se le solidarietà politica e l'affetto ricevuto superano
ogni mia aspettativa, ma se non si recupera l'unità tra azione e coscienza la
politica è destinata a essere una pura tecnica di esercizio del potere.
L'incoerenza tra i comportamenti e le scelte istituzionali e gli intenti sociali
propagandati, questa sì che costituisce l'autoreferenzialità e l'autismo
politico; essa è una delle cause della crisi della politica e non può che
favorire la demoralizzazione e la disgregazione dei movimenti che si vorrebbe
costruire.
Questi concetti, Rifondazione li ha difesi per molti anni salvo poi convertirsi
al pragmatismo. Per questo confermo che non voterò mai le guerre né qualsiasi
controriforma delle pensioni o la Tav, non tradirò le ragioni che mi hanno
portato in questo luogo che non è «il centro della politica» - per me resta il
conflitto sociale, a partire dai lavoratori e lavoratrici - soprattutto se non
smette, come accade oggi, di rimanere impermeabile a quel conflitto.
il manifesto
25 Febbraio 2007